sabato 8 agosto 2009

Tutti vogliono l'asilo dei neri


Torino, decine di italiani in lista d'attesa per iscrivere i figli nel quartiere multietnico

di Emanuela Minucci (La Stampa)

TORINO - Negli Anni Novanta era «l’asilo dei neri», quello dove nessun genitore italiano avrebbe voluto iscrivere il proprio bambino: scuola materna Bay di Torino, quartiere San Salvario, la zona più multietnica della città, che quindici anni fa convinse i residenti a scendere in strada armati di spranghe, per difendersi da «quei bastardi di immigrati».

Bene, oggi quelle stesse classi ad alto tasso di occhi a mandorla e pelle nera (il 60per cento dei bambini è straniero) sono diventate uno status symbol per gli italiani. Il piccolo asilo che negli Anni Novanta chiese l’aiuto del Comune per finanziare progetti speciali in grado di attutire i conflitti che precedono l’integrazione, da qualche giorno non sa come fronteggiare le richieste in arrivo dai genitori italiani che oltretutto vivono in altri quartieri: «Abbiamo 62 posti e una lista d’attesa di altri 75 con domande che arrivano da tutte le zone della città», spiega la direttrice didattica Marica Marcellino.

La dirigente aggiunge con un sorriso: «Evidentemente ormai sono in tanti ad aver capito che la multietnicità, se trattata come un valore aggiunto, dà i suoi frutti». Uno di questi risultati è l’amicizia che lega Melody ad Andrea, stesso sorriso sotto la fotografia che all’asilo Bay personalizza il loro mini-guardaroba. La scuola materna sta a due passi dalla stazione di Porta Nuova, ieri crocevia dello spaccio, oggi quartiere cool di locali che fanno tendenza.

Melody ha cinque anni e arriva dalla Costa D’Avorio, Andrea, suo coetaneo, arriva da un appartamento del centro. Sono già così amici che appena sono stati capaci di scrivere il loro nome si sono mandati una cartolina dal mare. E anche i loro genitori hanno cominciato a frequentarsi. Il legame fra i due piccoli compagni d’asilo è simbolo di una realtà che nel giro di dieci anni si presenta capovolta. Alla fine degli Anni Novanta i torinesi fuggivano da San Salvario e gli affitti crollavano. Oggi i genitori residenti in eleganti quartieri come la Crocetta (con gli asili ancora ben poco misti) si mettono pazientemente in lista d’attesa per iscrivere i propri bambini alla scuola materna Bay, dove l’integrazione diventa crescita collettiva.

E così, ieri, l’assessorato all’Istruzione del Comune di Torino si è ritrovato fra le mani una statistica rivoluzionaria. «Questi dati dimostrano - racconta l’assessore Giuseppe Borgogno - che in questa scuola sono riusciti a trasformare l’alto tasso di stranieri in opportunità. E i genitori se ne sono accorti. Così, grazie a un potente passaparola, a quell’asilo ormai vogliono iscriversi un po’ tutti». Aggiunge: «Un gran bel risultato nei confronti di chi (i deputati di An, ndr), soltanto l’anno scorso predicava la necessità del numero chiuso per gli stranieri».

E un gran bel risultato soprattutto se si pensa che soltanto l’anno scorso, per un quartiere come Porta Palazzo (dove il tasso di non italiani in qualche scuola è arrivato al 100 per cento) sempre il Comune di Torino aveva lanciato l’allarme: i genitori lasciavano quel quartiere perché volevano iscrivere i loro figli in scuole dove gli italiani non fossero la nuova minoranza.

Ora, a San Salvario la tendenza è, appunto, opposta. E l’impennata di richieste d’iscrizione riempie di orgoglio la direttrice didattica, Marica Marcellino: «Credo che la nostra scuola - chiarisce camminando nel cortile multicolore dell’asilo - si sia meritata un simile riconoscimento perché qui siamo stati in grado di realizzare progetti davvero unici, pensi per esempio al “Tappeto volante”, messo in campo con l’aiuto del Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli, che utilizza l’arte come mezzo di comunicazione universale capace di unire le diversità esaltando il valore aggiunto di queste differenze». Sempre all’asilo Bay si sono sperimentati tanti altri progetti, come la «Festa del Bianco, il colore in cui si annullano tutte le altre tinte», percorso festoso che parte dalla trasformazione dello spazio (si colorano le pareti, i bambini si cuciono addosso carta candida) e si conclude con il cibo bianco: riso dolce, biscotti coperti di zucchero a velo, meringhe, pane arabo.

«Ecco, questa è la nostra scuola - conclude la direttrice - abbiamo trasformato le differenze in valore aggiunto, crediamo che una classe che parla più lingue comporti un arricchimento, non un ostacolo. E la gente nel giro di dieci anni ha capito il messaggio».

Torino non è nuova a far parlare di sé, al capitolo scuola multietnica. L’anno scorso in una scuola di Porta Palazzo debuttò un registro di classe che era meglio del poster-cult di Benetton. Un allievo con gli occhi a mandorla, l’altro che più biondo non si può: United Colors of School, insomma. Lì, a due passi dalla Mole Antonelliana, si era battuto il record dell’integrazione fra i banchi: quindici a zero, mondo al centro. Ora gli stranieri giocano la loro prima partita in casa.

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